Ci sono momenti in cui ti sembra che certe questioni siano ormai sopite. Insomma, ti sei consumata, hai patito l'ira funesta di un destino beffardo, hai corroso gli angoli degli occhi con il sale delle lacrime piangendo giornate intere sdraiata con la testa sul cuscino, hai avuto crisi esistenziali, sei morta dentro. Eppure a un certo punto non ci pensi più. Insomma "panta rei", tutto scorre. Cazzo lo dicevano anche un millennio fa. Smetti di porti domande, smetti di sentirti una completa idiota, la finisci anche di sentirti sola al mondo, perchè, insomma, nessuno è solo davvero, prima o poi ce ne si rende conto tutti. Faticosamente ti riprendi, non sai nemmeno tu come. Così certe storie le dimentichi, oppure le infili strette strette, attorcigliate l'una all'altra, in un anfratto di quel bordello infinito che è la tua testa, in un barattolo a chiusura ermetica con l'etichetta "aneddoti guerra del Vietnam, vita di trincea". Perciò, ti convinci che un po' tutti si siano dimenticati di certe storie, soprattutto i protagonisti. D'altra parte non sei mica tu che hai voluto farla finita, non sei tu che hai calpestato cuore ed aima alrui, non sei tu ad aver scelto la strada più semplice. Anzi, tu hai combattuto. Hai buttato sangue, hai dato tutto quel che umanamente era possibile, anche oltrepassando i limiti della dignità personale. In pace ormai con te stesso ti sei ricostruito una vita. Diamine, anche gli assassini sembrano averne diritto.
Poi, però, succede che, un qualunque pomeriggio, inaspettatamente, la metà della tua vita bussa alla porta di casa, quando non ci sei. Dice che spera di non disturbare. Varca la soglia impacciato, mette in fila due parole imbarazzate, si guarda intorno con nostalgia. Poi, mentre cerca di conversare dignitosamente con chi incredulo l'ha invitato ad entrare ("dai, entra, cosa stai a fare sulla porta"), guarda per terra. Dice che voleva solo salutare tua madre, dopo tanto tempo. E portarle un pensiero. Chissà se la rivedrà in giro.
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